domenica 15 maggio 2011
venerdì 15 aprile 2011
Accattat' o casatiello milanese
Detto fatto. Dedicato alla mia "triglia"che mi ha suggerito che è tempo di casatiello, adducendo che la torta di carote sia fuori stagione. E non si lamentasse perché ho comprato lo strutto al supermercato. (La sugna d'o gi-esse ? u marò....). E non si lamentasse perché mancano le uova in copp'. D'altro canto, m'ha detto per un sacco d'anni che il mio caffé era una chiavica, non pretenderà ora un casatiello certificato !? E se mi chiedono: è una ricetta napoletana originale ? Risponderò: Nun tant...
lunedì 28 marzo 2011
Torta di carote
venerdì 11 marzo 2011
Venezia 2011. Più gente entra, più bestie si vedono.
Il carnevale di Venezia ha sempre un che di magico. In realtà è Venezia a essere fatata, e le maschere non fanno che accentuare l'atmosfera.
Peccato per l'ecomostro da spettacoli allestito in piazza san Marco, già sufficientemente impacchettata per restauri.
Peccato per l'ecomostro da spettacoli allestito in piazza san Marco, già sufficientemente impacchettata per restauri.
E peccato anche per la cafonaggine dei turisti, che debbono a tutti costi farsi fotografare con le maschere, nemmeno fossero bimbi a Gardaland con il drago Prezzemolo. E così riuscire a rubare uno scatto ascetico, di una maschera incontaminata da presenze invadenti e indesiderate, diventa ormai impossibile.
martedì 5 ottobre 2010
Ciarpame senza pudore
Corro il rischio di passare per snob, ma non importa: su questo tema lo sono !
Quello che vado a scrivere è un pensiero figlio dell'ultima gita al mercato vintage di Valeggio sul Mincio.
Cominciai ad interessarmi di vintage e a collezionare foulard prima che la parola fosse di moda, un decennio fa; allora il vintage era vintage, e quella di Pavia era l'unica mostra mercato degna di nota. Forse l'unica proprio.
In quegli anni un foulard d'epoca di comprava a prezzi folli anche con i buchi e le macchie di muffa: era preda di giovani stilisti con l'occhio attento e il palato fine che ne avrebbero riproposto temi e colori.
Poi cominciarono a moltiplicarsi le occasioni, arrivarono i miei primi viaggi per l'Italia: Firenze, Brescia, Udine, Forlì, Orzinuovi...
In breve tempo, il vintage diventò quasi inflazionato, tanto da ingenerare sensibili rialzi nelle quotazioni degli spazi espositivi. Gli organizzatori non badarono alla selezione, ma alla partita doppia. Qualche espositore storico sparì dall'oggi al domani, lasciandomi inizialmente attonita.
Un proliferare di occasioni legate ad un crescente interesse che, come tale, per far fronte ad una domanda altrettanto crescente, hanno dovuto sconfinare in un fenomeno di costume che ha più del second hand che della filologia dello stile.
Purtroppo però, in molte di queste occasioni, specie quelle di piazza, ci vengono rovesciati, ancorché ben proposti, i capi che nostra madre ha appena buttato nei cassoni gialli dell'humana. Non c'è tempo, né spazio, per la cultura vintage, per la ricerca, per la qualità.
Oggi capisco alcune scomparse, o meglio: ci provo. Bene fece Franco Jacassi a disertare da un certo punto in poi le fiere. Sebbene (mi) manchi immensamente la sua presenza, la sua competenza, la qualità della sua offerta e - perché no - il suo fascino composto, posso azzardare ipotesi sulle ragioni del buen retiro, e - se queste sono - condividerle.
Tornerò a Pavia, certo, ma non è più il vintage di una volta.
Quello che vado a scrivere è un pensiero figlio dell'ultima gita al mercato vintage di Valeggio sul Mincio.
Cominciai ad interessarmi di vintage e a collezionare foulard prima che la parola fosse di moda, un decennio fa; allora il vintage era vintage, e quella di Pavia era l'unica mostra mercato degna di nota. Forse l'unica proprio.
In quegli anni un foulard d'epoca di comprava a prezzi folli anche con i buchi e le macchie di muffa: era preda di giovani stilisti con l'occhio attento e il palato fine che ne avrebbero riproposto temi e colori.
Poi cominciarono a moltiplicarsi le occasioni, arrivarono i miei primi viaggi per l'Italia: Firenze, Brescia, Udine, Forlì, Orzinuovi...
In breve tempo, il vintage diventò quasi inflazionato, tanto da ingenerare sensibili rialzi nelle quotazioni degli spazi espositivi. Gli organizzatori non badarono alla selezione, ma alla partita doppia. Qualche espositore storico sparì dall'oggi al domani, lasciandomi inizialmente attonita.
Un proliferare di occasioni legate ad un crescente interesse che, come tale, per far fronte ad una domanda altrettanto crescente, hanno dovuto sconfinare in un fenomeno di costume che ha più del second hand che della filologia dello stile.
Purtroppo però, in molte di queste occasioni, specie quelle di piazza, ci vengono rovesciati, ancorché ben proposti, i capi che nostra madre ha appena buttato nei cassoni gialli dell'humana. Non c'è tempo, né spazio, per la cultura vintage, per la ricerca, per la qualità.
Oggi capisco alcune scomparse, o meglio: ci provo. Bene fece Franco Jacassi a disertare da un certo punto in poi le fiere. Sebbene (mi) manchi immensamente la sua presenza, la sua competenza, la qualità della sua offerta e - perché no - il suo fascino composto, posso azzardare ipotesi sulle ragioni del buen retiro, e - se queste sono - condividerle.
Tornerò a Pavia, certo, ma non è più il vintage di una volta.
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